Voglio continuare il discorso del lasciar andare. Il mio blocco nasce sicuramente da una natura iper controllante, ma anche da una profonda ferita dell’infanzia.
La prima volta che, infatti, mi sono trovata di fronte a questa montagna insormontabile è stata quando ho dovuto dire addio al mio amato papà.
Avevo 11 anni. Vivevo una vita che non definirei spensierata, ma che sulla carta sembrava presentare tutto ciò di cui avevo bisogno: una mamma, un papà e una sorella.
Ad un tratto, il mio piccolo mondo è crollato. Papà non sta bene, è a letto. Sono disorientata. Percepisco qualcosa che non mi viene detto ma il verbale mi rassicura, o quanto meno voglio crederci. Papà ha una pleurite. All’epoca, non c’era Internet e quindi non ho potuto cercarne il significato ma non mi suona grave.
Fino a che una sera il clima in casa precipita. Sento un’agitazione e una disperazione crescenti. Mamma è sull’orlo di una crisi di nervi. Arriva una barella. Mi nascondo in soggiorno, ma intravedo papà passare disteso e lo vedo trasportare via. La tensione aumenta. Io non so che fare, mi sento impotente, troppo piccola e indifesa per vivere tutto questo.
Poi, il vuoto. Ricordo solo di essermi svegliata al mattino in casa di zia Juna, sorella di mamma, e di aver chiesto di papà. Lei mi ha risposto: “papà è in cielo“.
Papà non aveva una pleurite. Papà aveva un cancro che lo ha corroso in ogni parte del corpo.
Fine della storia. Da quel momento, ho rimosso tutto. Non ho più ricordi vividi, porta solo nel cuore questa ferita che non posso dire essersi rimarginata e non so se lo sarà mai.
Ora, capisci bene che per me lasciar andare implica sofferenza. Implica ritornare a quello stadio in cui solitudine, paura, vuoto erano miei compagni.
Lasciar andare per me significa morire e ogni volta che devo allontanarmi da una persona amata, perchè tale distanza è necessaria per vari motivi, mi sento mancare dentro.
Ma, come per ogni cosa, la consapevolezza è una potente alleata e permette di accendere la luce sui fantasmi che, sì tornano ad affacciarsi periodicamente, ma ogni volta fanno un pò meno paura.
Ci tenevo a raccontarti questo capitolo privato della mia vita, perchè continuo a credere fortemente nel potere taumaturgico della condivisione.
Ognuno di noi ha le proprie ferite e non ne esistono di più gravi e meno gravi. Ognuno le vive in base alla sua sensibilità e ai suoi strumenti, ma in certi momenti queste ferite urlano per essere ascoltate, guardate, curate.
Se le ignoriamo, viviamo in preda ad automatismi che ci impediscono di esprimerci nella nostra pienezza e quindi, in fondo, di realizzare la nostra missione.
Siamo chiamati a risvegliarci, lo sento.

Con Amor,
FF