La solitudine è da sempre per me la compagna di viaggio ideale. E’ luogo di cura, di conforto, di ascolto. Mi ci rifugio quando sono triste, stanca e bisognosa di trovare quella connessione con me e con il divino che molto spesso perdo.
Credo che un pò faccia parte della mia natura, un pò sia legato al fatto di non avere avuto per lungo tempo uno spazio fisico ed energetico autonomo.
L’altro giorno, in una conversazione con il saggio Giovanni di Coucou, è emerso che quando ero piccola avevo una stanza in condivisione con mia sorella (maggiore di sette anni) e che nel giro di poco lei mi ha buttata fuori. Non ne ricordo i dettagli. Forse, mi era vietato entrare solo di giorno perchè lei doveva studiare e la notte dormivo ancora con lei, per sua graziosa concessione. Il ricordo, nella sua forma fisica, si è dissolto. Ma è rimasta impressa la sensazione di non avere diritto a uno spazio tutto mio, fosse anche la metà della “stanza delle ragazze“.
Ricordo, e forse questo l’ho già detto, di essere rimasta per ore fuori da quella porta chiusa a supplicarla di farmi entrare. Niente da fare, non c’è stato verso.
Giovanni mi ha fatto riflettere sul fatto che non è poi così insolito quanto mi è accaduto. Senza nulla togliere a quella piccola me che ha tanto sofferto, e che riempio di infinito amore e senso di inclusione, mi fa bene che qualcuno ridimensioni ciò che ho vissuto. Gli tolga potere. Quindi, grazie Giovanni.
Al di là di ciò che ha inasprito il mio bisogno di solitudine c’è, dicevo, un’attitudine innata. Una pura gioia che deriva dal fare una serie di cose da sola.
Andare al cinema, prendere un aperitivo, visitare una mostra, viaggiare, abitare.
Ora va piuttosto di moda, ma quando ho iniziato a farlo ero davvero un’antesignana. Soprattutto, quando si trattava di mangiare da soli al ristorante.
Ricordo una vacanza invernale a Rimini, luogo in cui mi recavo spesso per evadere da una vita triste e noiosa, e ricordo in particolare una delle mie prime cene fuori da sola. Forse avevo un libro: probabile, accade quasi sempre. Ma mi sentivo talmente osservata da non trovare pace sulla sedia. Ricordo in modo molto nitido di aver fatto capire al personale di sala che ero in trasferta lavorativa. Spiegare che non solo ero a cena da sola, ma anche in vacanza da sola, avrebbe aggiunto un ulteriore elemento di osservazione e all’epoca mal sopportavo il giudizio altrui.
Quando parlo di solitudine e del mio modo di vivere la vita, il pensiero vola subito a uno dei film più belli visti negli ultimi tempi. Ovviamente, è francese. Si tratta de “L’attachement“.

In questo film una splendida Valeria Bruni Tedeschi incarna il personaggio di una donna che ha costruito la sua intera esistenza intorno alla solitudine e che ci si trova bene all’interno, almeno fino a quando nella sua vita non irrompono due figure, in particolare un bambino, che picconano teneramente la sua corazza e senza nulla togliere alla sua essenza (e alla sua scelta di vita) cambiano qualcosa nelle sue giornate e nel suo modo di sentire e vivere.
E’ un film straordinariamente dolce. Imperdibile.
Mi sono rivista molto in lei, nella mia solitudine che è a tratti necessaria, a tratti abitudine (e paura del mondo esterno e delle relazioni). Allo stesso modo, mi rivedo nella lei che delicatamente e nel rispetto di sé si è aperta ai doni della vita.
Siamo a noi a scegliere come vogliamo vivere. Abbiamo il diritto e il dovere di farlo. E’ questo è sacrosanto; allo stesso tempo non perdiamo l’occasione che la vita ci dà di far entrare nel nostro piccolo grande mondo qualcosa che all’inizio può sembrarci scomodo perchè diverso, ma che alla lunga ci apre nuovi meravigliosi e gratificanti orizzonti.
Con Amor,
FF