Mercoledì scorso, rientrata a casa da una serata rigenerante con gli amici di Coucou, mi sono guardata allo specchio in uno di quei gesti amorevoli verso me stessa che compio da alcuni anni, e ho visto un’immagine per me raccapricciante.
Le mie palpebre erano gonfie a tal punto da sembrare un rospo.

Non sono nuova a questi episodi che, da un certo punto in poi, sono diventati una delle manifestazioni del mio disagio interiore.
La prima volta accadde quando partecipai a un corso per imparare a truccarsi. Corso che si rivelò per me inutile perchè lo stesso insegnante mi disse che sapevo già farlo. Ma che, in compenso, mi regalò la prima versione di me “rospo”. Accadde, presumibilmente, perchè i pennelli che ci diedero per truccarci non erano sterilizzati o perchè ero allergica a qualche componente dei trucchi.
Morale: mi ritirai prontamente dal corso per evidenti motivi.
Negli anni, le palpebre sono diventate uno dei miei talloni d’Achille (le palpebre o i talloni? lol – anche quelli, a dire il vero!). Quando raggiungo livelli elevati di stress o la mia emotività diventa incontenibile, ecco che “l’effetto rospo” si ripresenta a rammentarmi che mi devo dare una calmata. Tra l’altro, mi viene da sorridere riguardando la foto del rospo perchè pure la pelle assume sembianze simili: incazzata e raggrinzita. Di colpo, quando attraverso queste fasi, perdo il mio vantaggio di dieci anni e ne acquisto trenta!
E ora veniamo al dunque. Il problema di per sé non sarebbe grave, se non fosse che sono una perfezionista cronica (e patologica), con l’aggravante di aver subito spesso nella mia infanzia (e non solo) quello che oggi si chiamerebbe bullismo (e nello scriverlo già mi prudono le palpebre), ma che all’epoca veniva definito semplicemente come gesto proveniente da buontemponi.
Questo mi ha reso, e mi rendo conto di doverci ancora lavorare su, profondamente insicura. Infatti, la minima imperfezione, soprattutto fisica, mi destabilizza e mi pone in uno stato di apprensione/ansia che va ad alimentare, in un circolo vizioso, il sintomo che ogni volta appare.
Leggevo, peraltro, di essere in buona compagnia. Si tratta, infatti, di una modalità di reazione piuttosto diffusa. Ciò non significa che chi lo vive lo percepisca come meno grave, soprattutto se, come me, ha ingoiato alla nascita un amplificatore di emozioni e percezioni. Il fatto di sapere che accade anche ad altri di sicuro ridimensiona il problema, ma resta comunque un percorso individuale di auto accettazione.
L’invito è quello ad accogliersi e ad amarsi come si è e a essere gentili con se stessi, come più volte detto (e come mi ha rammentato di recente l’amica Cri). E a svagarsi, a fare quelle cose che ci danno gioia, a spostare lo sguardo su altro.
A proposito di sguardo, voglio raccontarti ancora una cosa molto bella.
Il venerdì pomeriggio, nei Giardini Lamarmora, c’è un mercato della Coldiretti al quale, quando posso, mi reco per fare approvvigionamenti di verdurine buone da Agrimani.
Tra le persone che lavorano per questa azienda c’è Robert. Ogni tanto capito con lui e scambiamo giusto due parole, ma sono sufficienti per farmi sentire che il suo sguardo sul mondo è simile al mio, quanto a dolcezza e sensibilità.
Venerdì scorso, ne ho avuto la conferma. Ho accennato al mio “problema” fisico e lui mi ha detto una frase, non sapendo nulla di me, che mi ha molto colpito: “l’importante è non soffermarsi troppo sui dettagli“, ovvero un’esortazione a superare il perfezionismo.
Evviva, Robert e il suo messaggio “angelico”! Evviva le connessioni e le sensibilità che si incrociano e si riconoscono.
Con Amor,
FF