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Cambiare prospettiva

La versione k(o) dell’influenza mi ha raggiunto. Mi sarebbe venuto da dirle, secondo un noto slogan pubblicitario: “ti piace vincere facile!”. Sono infatti arrivata alle feste natalizie, che di per sé sono piuttosto impegnative, già esausta.

Ho retto quel che dovevo e poi sono crollata.

Ho sempre temuto il momento della malattia, di qualsiasi ordine e grado, perchè la mia famiglia di origine la considera un caso da portare a processo, senza avvocati e senza raccogliere prove.

Perchè ti sei ammalata? Sei andata in giro nuda? Hai baciato qualcuno? Sei andata sul bus?

Come se una percentuale elevatissima della popolazione, in questo momento, non fosse a letto con la febbre. Come ogni anno, in questo periodo. Come se io non avessi diritto di ammalarmi, di fare parte di quella massa di persone che ad un certo punto non ce la fa più a reggere agli attacchi e crolla sotto il fuoco nemico. Nel caso di influenza, giusto il tempo di riposarsi e recuperare. Chiedo troppo?

Dopo la prima fase istruttoria, che spesso rimane senza soluzione, segue la fase di accertamento dettagliato dei sintomi e l’emanazione della sentenza su come dovrei trattarli. Come se non avessi 53 anni suonati e non avessi superato nel mio percorso quasi ogni tipo di prova esistenziale. Da sola, peraltro. Facendomi spesso io carico di loro e non viceversa, peraltro.

La fase finale è quella dell’impazienza, ovvero “ma sei ancora malata?”.

In tutto questo, manca l’unico fattore fondamentale, almeno per me: l’essere lasciata in pace per poter riposare.

Ora, capisci bene che per me ammalarmi è un dramma. Perchè non solo ho i sintomi fisici di tutti, che già di per sé non sono piacevoli, ma so che ogni volta ad attendermi ci sarà tutta questa manfrina.

Mi piace quando la gente mi dice: “devi fartelo scivolare addosso“. Stelline, vi capisco. Cosa dovreste dirmi: “sparati”? Ma sfido chiunque dotato di umana sensibilità a restare in piedi in condizioni così difficili.

Ad ogni modo, non voglio abbattermi. Ogni volta aggiungo un pezzo in più nel percorso di liberazione, quindi mi faccio coraggio e proseguo.

Ovviamente, a condire il tutto sono tornati gli occhi da rospo che sono ormai l’emblema del mio stato di intossicazione interiore. E’ come se spurgassi il mio conflitto attraverso gli occhi.

L’altra sera, quando mi sono guardata allo specchio e ho visto di nuovo le palpebre gonfie l’ho presa malissimo. Per fortuna, ho superato il complesso di andare in giro struccata e quindi la cosa è più gestibile, ma questa volta non sono solo gonfie sono pure fucsia!

In preda al panico, ho scritto all’amica Marta, collaboratrice di Matteo di Esli, per chiederle se ci fossero delle tecniche, tra quelle che lei pratica, per andare a fondo della questione. Pare di sì, ma al momento lei è all’estero e pertanto ne riparleremo.

Ma la cosa che mi preme dire, e preparati perchè quel che è accaduto in seguito è impressionante, è che lei, tra le tante cose utili mi ha detto: “secondo me, il messaggio dei tuoi occhi è: devi cambiare prospettiva“. Lì per lì, mi è parsa una teoria interessante, ma niente di più.

Questa sera, faccio un tiro da un mazzo di oracoli e mi esce questa carta:

Sono rimasta scioccata! La stessa frase che mi aveva detto Marta e la stessa raffigurazione, quella del rospo intendo, da me utilizzata come metafora per descrivermi.

C’è ancora qualcuno che crede che non siamo tutti connessi e che in noi non risiede la scintilla divina?

Con Amor,
FF

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